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Malati di Covid da 3 settimane a casa, solo ora parte la raccolta dei rifiuti speciali

La spazzatura va smaltita separatamente, come quella ospedaliera infetta. Ma perché cominciare la raccolta separata con tanto ritardo? Questo ritardo può aver causato il contagio di altre persone?

Ricordate il caso di Luigi e Piera, i due Covid positivi che hanno dovuto lottare per riuscire a curarsi? Sono malati da 3 settimane (la prima passata a chiedere inutilmente aiuto), lui è finito due volte al pronto soccorso e due volte è stato mandato a casa (la prima volta con mezzi propri e con 39.5 di febbre e 92 di saturazione). La “famosa” assistenza domiciliare (quella che viene propagandata come la prima d’Italia, ma che in realtà è partita, numericamente assai zoppicante, solo 35 giorni dopo il primo caso ligure di coronavirus) si è limitata a una telefonata al giorno in cui viene chiesto ai due come stiano (a loro giudizio, ovviamente e nessuno dei due è medico). L’assistenza domiciliare non tiene una cartella clinica, non fa confronti con le condizioni dei giorni precedenti. Chiede solo come si senta il paziente: un colpo di telefono e il lavoro è fatto.
I due hanno dovuto lottare per ogni cosa: dal trasporto in ospedale del marito al suo tampone (Piera non è mai riuscita ad ottenerlo e nonostante abbia tutti i sintomi non è di fatto censita) fino alla bombola di ossigeno. Per chiedere l’avvio dell’infortunio per Luigi, l’avvocato della coppia ha dovuto chiamare il medico di base per spiegargli che le norma nazionali prevedono che i contagiati dal Covid finiscano sotto quel trattamento. Piera non ha mai avuto uno straccio di visita, ma solo consulti telefonici e, come tali, approssimativi.
I due hanno resistito solo grazie ad amici medici sempre disponibili per un consulto telefonico, amici non medici che hanno cercato di aiutare in qualche modo la coppia (ad esempio trovando le medicine Covid e spedendole), alla spesa fatta online e pagata con carta di credito e a vicini di casa anch’essi disponibili a lasciare dietro la porta gli acquisti necessari, dal farmaco al pane, e a portare la spazzatura – lasciata sempre fuori dalla porta – fino al bidone della raccolta per strada. Altrimenti, in tre settimane, la loro casa sarebbe diventata una discarica. Loro stessi si chiedono come possano fare gli anziani che non hanno dimestichezza con internet e non hanno un esercito di amici pronti ad aiutare ad affrontare la malattia nel loro appartamento.

Ieri, a tre settimane, appunto, da quando Luigi si è ammalato, a due da quando il tampone lo ha confermato Covid positivo, la coppia ha ricevuto una telefonata da Amiu in cui sono stati informati che i rifiuti che producevano sono infetti e vanno trattati come rifiuti speciali. <Ci hanno detto che ci porteranno contenitori particolari> spiegano.

Abbiamo appreso che il loro non è l’unico caso: diverse persone che si sono curate a casa ci hanno riferito di essere state contattate di recente, dopo giorni o addirittura settimane di malattia, per lo smaltimento “speciale” della spazzatura. Resti di cibo, ma anche siringhe e ogni altro rifiuto domestico. Nel frattempo, tutta questa spazzatura ha viaggiato come rifiuto domestico e come tale è finito in discarica attraverso tutti i normali passaggi. Ci chiediamo se abbia infettato qualcuno.
Quando Amiu ha ricevuto le informazioni dal servizio sanitario regionale? Quante persone sintomatiche, ma non riconosciute positive perché mai visitate né sottoposte a test, hanno gettato la spazzatura nei normali cassonetti dell’immondizia?

Qui sotto la storia di Luigi e Piera

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